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Italian

Il pane selvaggio by Piero Camporesi

By Piero Camporesi

Sullo sfondo di una società povera e stracciata, flagellata da morbi
scuri e inquietanti, dominata dai tetri simboli del lazzaretto, del-
pspedale, dell'ospizio, balza sulla scena una folla «unta», piagata, in­
grata, tignosa, ossessionata da demoni, da folletti, da spettri, tenoriz-
ata da vermi, lombrichi e da altri sordidi e allarmanti «animacula»,
diabolicamente e perfidamente possessivi. In questo quadro folto
di oscuri «segnali» l’esorcista e l'aromatario s'impongono come «assi-
ienti» magico-culturali, primari punti di riferimento d ’un mondo vamp
iresco nel quale non solo gli amuleti e i talismani ma il grasso ed il
sangue umano erano universalmente accettali dalla farmacopea popo-
olare e dalla medicina colta. Fra le idee-forza del libro - che esce
ora in questa nuova versione, completamente «rivisitata» e rivista ed
arricchita di parti inedite - è che los angeles società preindustiiale viveva in
uno stato di allucinazione pressoché continua. Fosse l. a. reputation (la più
normale» e diffusa delle droghe) con le sue carenze fisiologiche advert
innescare il processo di perdita e d ’alterazione della realtà, o los angeles cattiva
alimentazione in cui ai cereali si mescolavano erbe malefiche ed alluci-
ogene, o l’uso universale dell’oppio (somministrato anche agli infanti)
, oppure los angeles ricerca, attraverso le erbe, di sogni non paurosi e d'in-
contaminate riserve fantastiche, inseguite con tecniche oniropoietiche
stregonesche, il mondo «moderno» offre l. a. sconcertante immagine di
un immenso laboratorio di sogni.

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La contessa di ricotta

Roma, Nottetempo, 2009, eightvo brossura con copertina illustrata, pp. 127 con una tavola fotografica nel testo.

Italian & Basics: Alles, was man braucht für das dolce vita zu Hause

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Alla base di questa ritualità vi erano per il medico pave­ se non tanto l ’odio fra le tribù e le necessità della guer­ ra, ma la povertà e la scarsezza delle carni animali e il piacere di mangiare un « piatto » ad alto contenuto pro­ teico. G eniale intuizione che anticipa dioltre quattro se­ coli la teoria di M arvin Ilarris secondo la quale i « sa­ cerdoti aztechi si possono definire... come macellatori ri­ tuali di un sistem a statalistico dedito alla produzione e redistribuzione di sostanziose quantità di proteine animali nella forma di carne umana » 34.

35 Iiieronymi Cardani, De rerum varietale libri X V II, Avinione, per Matthaeum Vincentiuni, 1558, p. 851. 56 Cannibalismo sacro e profano grande elemosiniero e liberal donatore dello spirito e dell'intelletto » Nessuna società — ha scritto Claude Lévi-Strauss — è pro­ fondamente buona e nessuna è assolutam ente cattiva... Prendiam o il caso d e ll’antropofagia che, di tutti gli usi selvaggi, è senza dubbio quello che ci ispira più orrore e disgusto. Bisognerà prima di tutto dissociarne le forme propriam ente alim entari, cioè quelle per cui l ’appetito della carne umana si spiega con la mancanza di altro nutrim ento animale, coinè in alcune isole polinesiane.

Nasce il dubbio che il teorico della frugalità e della misura, Cornaro-vita-sobria, si servisse della sua fin trop­ po predicata ideologia della temperanza dietetica per co­ prire un pantagruelico appetito di terre e di campi. u ìbul. » ìbid. 14 Studies in thè Dcvelopment of Capitalism, 1946; trad. , Pro­ blemi di storia del capitalismo, Roma, Editori Riuniti, 19744, p. 261. 37 3. Cannibalismo sacro e profano Al tempo della guerra dei Trenta Anni e della Fron­ da quando la corteccia degli alberi e perfino la terra erano utilizzate nella disperata speranza d ’allungare di qualche ora o giorno la miseria dell’umana esistenza, an­ che le carogne delle bestie morte di peste, pur se in stato di avanzata decomposizione, venivano arrostite per alle­ stire miserevoli allucinanti desinari.

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